Il CBAM (Carbon Border Adjustment Mechanism) rappresenta una delle trasformazioni più significative nel commercio internazionale degli ultimi anni. Cosa cambia per le imprese italiane dal 2026.
Ogni importatore dovrà:
- Registrarsi come “dichiarante CBAM” presso l’autorità nazionale competente;
- Raccogliere dai fornitori esteri i dati relativi alle emissioni dirette e indirette dei processi produttivi;
- Compilare i report trimestrali attraverso la piattaforma europea;
- Dal 2026, acquistare e restituire certificati CBAM pari alle emissioni dichiarate (in tonnellate di CO₂).
Gli operatori doganali e i responsabili import/export dovranno:
- verificare la classificazione doganale corretta (capitoli 72 e 76, ferro, acciaio, alluminio);
- integrare dati ambientali e documentali nei processi di sdoganamento;
- aggiornare sistemi ERP e banche dati per gestire campi CBAM legati a fornitori e valori emissivi.
1️. Dal 2026 si paga davvero.
Dopo la fase di sola rendicontazione, il CBAM diventa operativo: gli importatori dovranno acquistare certificati proporzionali alle emissioni di CO₂ dei beni importati da Paesi extra-UE.
2️. Non riguarda tutti i prodotti, ma può estendersi.
Oggi sono inclusi acciaio, ferro, alluminio, cemento, fertilizzanti, elettricità e idrogeno, ma la Commissione Europea ha già annunciato l’ampliamento ad altri settori energivori.
3️. Dogana e sostenibilità diventano un binomio unico.
Le dichiarazioni CBAM si affiancano ai documenti doganali tradizionali: classificazione, valori emissivi e origine del prodotto dovranno essere coerenti e integrati.
4️. I fornitori extra-UE diventano un punto critico.
Servono dati ambientali tracciabili. In loro assenza, si applicano valori medi penalizzanti, con rischio di sanzioni fino a 50 €/tonnellata di CO₂.
5️. Il CBAM può trasformarsi in un vantaggio competitivo.
Chi si organizza in anticipo potrà presentarsi come partner affidabile nei mercati più sensibili al tema ambientale e ottenere migliori condizioni nei rapporti commerciali.